Il tempo di morire

Per la nostra coscienza e per la nostra mente il tempo di morire non viene mai.

Rifiutare la morte è naturale e solo pochi riescono razionalmente a ragionare di morte senza temerne il respiro gelido.

Tutti gli altri, medici compresi, la temono e la fuggono.
Benché faccia parte dell’esistenza e della medicina, rappresenta la fine – dell’esistenza – e l’insuccesso della medicina.

Tecnicamente quindi, sin dal primo contatto con il morire i medici imparano elementari manovre elusive. Distacco, disimpegno, ironia, finta indifferenza.
Salvo, col passare degli anni, essere costretti ad ammettere che il miglior successo della medicina, soprattutto quella che si occupa di persone e non di malattie, sta nel curare chi si avvicina alla fine della fine, la sua famiglia, la sua comunità.

Non c’è forse un momento così umanamente intenso e così professionalmente importante come quello legato al sollievo dal dolore e dalle sofferenze e alla cura della persona alla fine della vita.

D’altra parte nella realtà quotidiana medici e pazienti e famiglie vivono la fine dell’esistenza come un evento condiviso, in cui la dimensione medica viene alla lunga sopraffatta e superata dalla vicinanza umana e relazionale.

La visita al malato e al morente avviene abitualmente in luoghi noti e familiari. Da sempre la casa del malato è stata aperta al medico curante. Si abbassa la voce, si inizia un percorso fatto di scelte dolorose. Si parla con i congiunti di cosa fare, quale terapia somministrare. Si ragiona di come evitare inutili accanimenti terapeutici. Emergono le opinioni, le culture, i sensi di colpa. Il medico e la famiglia si confrontano sul fine vita. In questa fase il medico scopre di essere l’ultimo riferimento, l’ultima guida. Da lui dipende l’evitare inutili sofferenze, e spesso altrettanto inutili cure. Da lui dipende la rassicurazione ed il conforto al morente e alla famiglia somministrando solo utili cure ed assicurando.

Per arrivarci, tuttavia, ci vuol tempo ed esperienza. Ci vuole tecnica e cuore, cultura, umanità e passione. Dice bene Giuliano Bono:

“Per occuparsi della morte degli altri occorre fare i conti con la propria”.

Di tutti questi argomenti si legge nelle pagine che seguono. In maniera pratica e senza la retorica talvolta inevitabile nel trattare temi che costituiscono l’estremo limite di ogni disciplina umana.

Il fine del libro, in parte inconfessato,  è di affermare che se la rinuncia all’esistere è inaccettabile per l’uomo, si può paradossalmente rendere accettabile, lieve e dignitoso il morire. Poco altro si può chiedere all’individuo comune e al medico di medicina generale. Riflettere sulle cure di fine vita apre il confronto con noi stessi come uomini e come professionisti. Apprendere professionalmente tecniche e percorsi ci avvicina con modalità rassicuranti e senza traumi a comportamenti altrimenti rifiutati.

Molti anni fa, in un convegno internazionale sul tema, nel cuore del Portogallo, un medico inglese affermò di aver compreso tardi, ma non troppo tardi, che quando la medicina ha dato tutto il possibile, il morente si attende dal medico presenza e accompagnamento. Un accompagnamento diverso da quello del sacerdote, della famiglia, degli amici. Avere il proprio medico accanto non è solo presenza simbolica, di ufficio. Costituisce il riconoscimento che tra il medico ed il paziente si è stabilito un vero contatto umano, testimonianza di un morire dignitoso che accresce il valore dell’esistenza.

Solo chi vive bene, si affermò allora, può bene morire. Viviamo oggi un tempo in cui la complessità della fine della vita viene affidata a leggi umane, che tentano di interpretare principi etici dettando norme. Ed è forse significativo ricordare come il più recente di questi disegni di legge, tormentato e discusso, nel tentativo di trovare il garante naturale delle intenzioni di fine vita del paziente, abbia affidato proprio al medico curante, verosimilmente il medico di medicina generale, la decisione finale, l’interpretazione autentica dei desideri del morente.

La memoria di quel dibattito basta da sola a rendere questo libro indispensabile e a farne intravedere un seguito. Complesse implicazioni etiche e medico-legali si prospettano comunque nelle competenze e conoscenze professionali del medico. Gran parte di esse sono inesplorate e imprevedibili: dovremo farcene carico per non giungere impreparati ad incombenze difficili.

Per noi che crediamo – prima che nella buona cura – nella buona salute, la riflessione sul morire costituisce infine una sfida ancora più affascinante. Ci dà la cifra e la misura del perché il medico debba superare la cura del male per occuparsi sempre più del vivere in salute, oltre che senza malattia. Occuparsi del sano, curare il malato, accompagnare le persone alle soglie dell’ignoto costituiscono la completezza della professione votata all’interezza dell’essere umano.

Claudio Cricelli
Presidente SIMG

Dalla prefazione al libro “Il tempo di morire”
di Giuliano Bono, Il pensiero scientifico editore, 2010. 

 

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